Lyra - Lira

Nel cielo tardo estivo, quando le nottate già iniziano ad allungarsi e l’aria fresca della sera si fa più pungente, possiamo ancora osservare alto nel cielo il triangolo estivo. Non si tratta di una costellazione ma di un asterismo, ossia una figura facilmente riconoscibile che tuttavia ci permette di localizzare con precisione tre costellazioni assai affascinanti. Lira1Lyra - Hevelius, Uranographia, XVII sec.I vertici del triangolo sono Vega, Deneb ed Altair, rispettivamente le stelle alfa delle costellazioni di Lira, Cigno ed Aquila.
Iniziamo il nostro viaggio con la stella più luminosa, Vega, che è anche la prima a tramontare. La costellazione della Lira rappresenta uno strumento musicale a corde molto antico. Simile alla cetra, benché più piccola e semplice, la lira è composta da una cassa di risonanza fatta in origine con il guscio di una testuggine (poi in legno ed osso). Alla cassa di risonanza venivano poi agganciati due bracci, formati da corna o legno, distanziati da una traversa sempre in legno cui venivano fissate le corde. Il numero delle corde poteva variare da tre a dodici, erano poi fissate alla cassa di risonanza con degli anelli di cuoio. Secondo la mitologia, il primo strumento così formato venne realizzato da Ermes. Il mito ci racconta di come Ermes (noto anche come Ermete o Mercurio), nacque da una delle tante relazioni extraconiugali di Zeus. La madre di Ermes fu Maia, la quale si prese cura del neonato fin dal primo istante, fasciandolo e ponendolo in una culla. Tale era però la sete di avventure del neonato, che non appena la madre si voltò, prese le sembianze di un giovanetto e se ne balzò via. Successe che il giovanetto si imbatté in una meravigliosa mandria di vacche, tanto belle da provare il desiderio di rubarle tutte. Sapendo tuttavia che il padrone della mandria era Apollo, Ermes, studiò subito uno stratagemma per non farsi catturare. Per mascherare le impronte degli animali, gli legò ai piedi dei legni di quercia, così che i loro passi non risultassero riconoscibili. Il trucco funzionò fin troppo bene, tanto che Apollo, disperato, inviò i satiri alla ricerca del ladro, offrendo loro una grossa ricompensa. Le ricerche dei satiri furono del tutto infruttuose, se non che, un giorno in Arcadia, alcuni di loro sentirono una musica celestiale mai udita prima.
Lira2Pierre Narcise Guèrin, “Apollo e Mercurio” (1774-1833), Olio su telaIncuriositi si avvicinarono, trovando la ninfa Cilene, la quale raccontò di come nelle caverne vivesse un fanciullo prodigioso che aveva costruito uno strumento musicale con il guscio di una tartaruga ed interiora di vacca. Nel mentre arrivò anche Apollo, il quale riconobbe il manto delle sue vacche, appesi a disseccare. Infuriato, entrò nella grotta richiedendo che le vacche venissero restituite. Maia, la madre, protestò vivamente, sostenendo che era impossibile che un bimbo in fasce avesse commesso un tale oltraggio al dio. Apollo afferrò così il bimbo e lo trascinò al cospetto del padre degli dèi, accusandolo di furto e pretendendo giustizia. Seppur dapprima Zeus fosse conciliante, ritenendo assurdo che un neonato avesse commesso un tale furto, spinto dalle pressioni di Apollo, interrogò il bimbo, il quale confermò l’accaduto. Assieme al dio del sole, Ermes ritornò alla sua grotta dove mostrò al fratellastro la lira che aveva realizzato con le interiora delle vacche uccise. La musica e le dolci parole cariche di lusinghe fecero dimenticare la collera ad Apollo, il quale perdonò il giovanetto e gli concesse di tenere la mandria, purché gli cedesse lo strumento musicale.
Lira3Orfeo suona la lira in mezzo agli animali, Hatay Museum, TurkeyIl dio del sole, tuttavia, non trattenne lo strumento prodigioso per sé ma ne fece dono ad un musicista ricco di talento, tanto bravo che anche gli animali, le piante e le rocce lo seguivano nelle danze. Orfeo, figlio del re Eagro e della musa Calliope, fu il più famoso poeta e musicista dell’età antica. Tanto famoso da ricevere in dono uno strumento realizzato dagli dèi e dove furono le muse ad insegnarli ad utilizzarlo. Come fosse una antica versione del “pifferaio magico”, Orfeo riusciva ad incantare chiunque con la sua musica, si narra che riuscisse perfino a far danzare le pietre. Lo spirito di Orfeo era però anche avventuroso e caparbio, tanto da portarlo a bordo della nave Argo per accompagnare gli argonauti nelle loro imprese. Rientrato in patria, Orfeo prese in moglie la fanciulla Euridice e con lei si stabili in Tracia. Purtroppo, il loro amore era destinato a condurli di fronte a molte prove.
Un dì, Euridice era presso il fiume, quando si imbatté in un uomo, Aristeo, che voleva usarle violenza. La fanciulla si diede alla fuga ma incespicò in un serpente e cadde a terra. Ad ucciderla ci pensò il serpente con il suo morso velenoso. Orfeo non ne volle accettare la morte e così decise di scendere nel regno dei morti per riprendersi la sposa. Armato della sua lira, Orfeo si fece strada fino ad un passaggio terreno che conduceva nel oltretomba. Una volta arrivato, con la sua musica riuscì dapprima ad ammansire il cane Cerbero dalle tre teste riuscendo ad addentrarsi nel regno di Ade per poi farsi trasportare da Caronte, il traghettatore del fiume Acheronte. Giunto di fronte ai tre giudici dei morti suonò e cantò ottenendo anche il loro lasciapassare. Sempre continuando a far riecheggiare dolci note, il coraggioso innamorato si fece strada nel regno dell’oltretomba facendo cessare i lamenti dei sofferenti ed addolcendo il cuore di Ade stesso, il quale concesse di riportare Euridice nel regno dei vivi. Lira4Orfeo ed Euridice - Edward Poynter 1862L’unica condizione posta dal dio, fu che Orfeo non avrebbe mai dovuto voltarsi a guardare la sua sposa fintanto che non fossero usciti alla luce del sole. Marito e moglie si fecero quindi strada, sempre preceduti dalle dolci note della lira, verso il regno dei vivi. Quando mancavano però pochi passi all’uscire all’aperto, Orfeo non resistette più e si voltò verso la sua amata. Così facendo, le diede l’ultimo sguardo, perché la perse per sempre.
Affranto dal dolore, il cantore si cimentò in una musica straziante, tanto da far intristire tutta la natura attorno a lui. Con il cuore spezzato Orfeo promise perfino di non amare mai più nessun’altra donna. Tornato a casa, il vedovo si dedicò alla musica dedicando sonate agli dèi e dichiarando che Apollo era il più grande fra gli abitanti dell’Olimpo. Orfeo dimenticò però di onorare Dioniso, il quale se la prese molto a male ed ordinò alle menadi di ucciderlo. Queste, in preda alla frenesia estatica, fecero a pezzi il corpo del povero cantore e dispersero anche la sua amata lira. Trasportata dalle onde del mare, lo strumento giunse fino a Lesbo, dove venne portata al tempio di Apollo. Apollo volle quindi che la lira venisse posta nel firmamento, per ricordare ed onorare il più grande tra i poeti e musici.
Lira5Morte di Orfeo, Giulio Romano XVI sec.Con gli occhi al cielo, ammirando la luminosità di Vega, il pensiero si stacca dalle cose terrene e ci porta alla mente il ricordo di un amore potente, tanto da sfidare la morte. Amore che come pur se reso impossibile dalla separazione, riecheggia nell’infinito dello spazio e del tempo, affidato ad una costellazione assai piccola ma ricca di fascino e mistero. Lasciando poi riposare il coraggioso Orfeo e la sua dantesca avventura tra le stelle del firmamento per tornare ad osservare l’immensità del cielo, qualcuno potrebbe domandarsi perché Hevelius, nella sua magistrale rappresentazione del cielo abbia posto un rapace che sostiene la lira tra i suoi artigli.
Ma questa è tutta un’altra storia.

 

di Fabrizio Benetton

 

Bibliografia:
Grande guida dell’astronomia, Libreria Geografica in collaborazione con A.S.I.,
Wikipedia – the free enciclopedia (Versione Italiana ed Inglese)
Mitologia Astrale, Igino, a cura di Gioacchino Chiarini e Giulio Guidorizzi, Adelphi Edizioni
I miti Greci, di Robert Graves, ed. Longanesi 2021
Storie del cielo, di Ilaria Sganzerla – Storiedelcielo.it

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Hercules - Ercole

Ercole1Hercules - Hevelius, Uranographia, XVII sec.Nel firmamento si narrano le gesta di diversi eroi, re e regine. Vi è una storia però che non necessita di presentazioni, la storia di un uomo divenuto dapprima immortale e poi divinizzato grazie alle gesta da lui compiute e narrate da poesie, leggende, affreschi, opere teatrali, film, telefilm e cartoni animati. La costellazione che rappresenta questo eroe dalla forza mitica è di per sé poco nota e poco appariscente, spesso sconosciuta a chi non è solito osservare il cielo delle notti d’estate. Nella costellazione di Ercole, infatti, le stelle più luminose sono di magnitudine appena inferiore al 3, il che significa che basta un poco di inquinamento luminoso per farle sparire.
Per narrare in maniera esauriente le gesta del grande eroe, senza sminuirle o banalizzarle, servirebbe un libro a lui dedicato, ci concentreremo quindi sui fatti salienti e le curiosità più interessanti in merito a questa costellazione. Cominciamo quindi il nostro viaggio andando indietro nel tempo, quando la costellazione non veniva ancora chiamata dell’Ercole bensì dell’Inginocchiato. Prima dell’avvento di Tolomeo e del suo testo fondamentale, l’Almagesto, la costellazione veniva riconosciuta con il nome di Inginocchiato e si può osservare come anche nella raffigurazione di Hevelius, l’eroe si presenti in questa posa. Secondo tradizioni minori, ad inginocchiarsi potrebbe esser stato qualche altro personaggio illustre.
Iniziamo da Teseo. Lo stesso Eroe le cui gesta abbiamo narrato parlando della Corona Boreale. Si narra infatti che Egeo, re di Atene, non riuscisse a generare un erede. Aiutato dalla maga Medea, riuscì a giacere con la giovane Etra, figlia di Pitteo re presso Trezene. La fanciulla era già destinata in sposa a Bellerofonte, l’eroe che sconfisse la chimera, ma impossibilitata a convolare a nozze a causa della disgrazia abbattutasi sul suo promesso sposo. Nella stessa notte in cui Etra giacque con Egeo, la giovane ebbe un sogno e guidata da Atena si recò presso la vicina isola di Sferia dove giacque con Poseidone il quale però concesse ad Egeo la paternità del nascituro. Ercole2Teseo ed Etra - Laurent de La Hyre - 1635Tornata da Egeo, che ancora dormiva, al momento del risveglio di quest’ultimo venne redarguita in merito al tenere segreta la gravidanza e di far poi crescere nel segreto il bimbo perché altrimenti avrebbe rischiato la morte per mano dei pretendenti al trono di Atene. Così il re di Atene predispose una prova per verificare, una volta avesse raggiunto l’età, la reale virilità del figlio. Sotto una roccia, posta a Trezene e nota come Altare di Zeus, nascose una spada e dei calzari istruendo quindi la madre di non inviare il giovane ad Atene fintanto che non avesse superato la prova dando dimostrazione della sua forza. Ecco, quindi, la costellazione ritrarre il giovane Teseo, inginocchiato sotto il masso, dare prova di sé.
Secondo un’altra tradizione potrebbe trattarsi del re dei Lapiti, Issione. Si racconta che il giorno delle nozze, il re accolse il futuro suocero preparandogli una trappola. Una buca nel quale farlo cadere e morire bruciato. Nonostante la terribile azione di Issione, scandalosa agli occhi degli dèi minori, Zeus lo accolse nel cielo per salvarlo dalla ira di molti e gli offrì un banchetto. Annebbiato dal vino, Issione immaginò di sedurre Era, pensando che ella ben volentieri avrebbe ripagato il marito infedele con la stessa moneta. Intuendo ciò che tramava l’ingrato ospite, Zeus plasmò una nube, chiamata poi Nefele, in sembianza di Era, con la quale Issione si giacque, generando così Centauro. Ercole3Issione re dei Lapiti, ingannato da Giunone che voleva sedurre, olio su tela di Pierre Paul Rubens, museo del LouvreColto sul fatto dal suo divino benefattore, Issione venne fustigato da Ermete senza pietà e legato ad una ruota destinata a rotolare nel cielo ripetendo che “I benefattori devono essere onorati”. A monito per tutta l’umanità, venne generata la costellazione dell’Inginocchiato a guisa di Issione con le braccia e gambe legate. Altre tradizioni riportano poi storie minori.

Proviamo quindi ora a dare una spiegazione del mito di Ercole e della sua costellazione, senza scendere troppo nei dettagli ma tale da fornire una idea di come nacque e del perché è così importante. Iniziamo quindi dalla genesi di questo eroe. Zeus, il padre degli dèi, era fortemente convinto della necessità di dover procreare un campione per l’umanità. Un uomo il cui coraggio e forza avrebbero protetto l’intera umanità come anche gli dèi dell’Olimpo. Ercole4Tintoretto, Nascita della Via Lattea, 1578-80, Londra, National GalleryPeccato solo che fosse convinto anche che tale uomo non potesse nascere dalla sua legittima sposa ma dovesse nascere da una relazione con una fanciulla mortale, motivo quindi dell’ira di Era. Approfittando dell’assenza di Anfitrione, re di Trezene, Zeus ne assunse le sembianze e si presentò alla regina Alcmena. Diversamente dal suo solito, Zeus sedusse la giovane con dolcezza. In modo da esser sicuro di fare le cose per bene, il padre degli dèi aveva dato istruzioni ad Elio di restarsene a casa un giorno intero, mentre Ermete aveva fatto rallentare la luna ed intorpidito la mente degli uomini. La procreazione di un grande eroe doveva essere fatta per bene, senza fretta, durò infatti trentasei ore. Quando poi Zeus si fu ritirato, Anfitrione tornò a casa e dalle parole della moglie capì che qualcosa era successo, per timore di gelosie divine quindi decise di non toccare più la sua consorte. Quando nove mesi dopo si apprestava la nascita del campione dell’umanità, Era decise di mettergli i bastoni fra le ruote fin da principio. Dopo aver fatto promettere a Zeus che il primo nato quel giorno, discendente della stirpe di Perseo, sarebbe divenuto re, Era fece in modo da ritardare il parto di Alcmena mentre favorì le doglie di Nicippe, moglie di Stenelo, zio di Anfitrione. Fu così che Eracle nacque un’ora più tardi di Euristeo, perdendo il diritto al trono della casa di Perseo. Eracle però non nacque da solo, con lui vi era infatti un gemello, chiamato poi Ificle, secondo alcune tradizioni figlio di Anfitrione, secondo altre, figlio sempre di Zeus. Zeus si adirò molto ma persuase la consorte a concedere lo status di divinità al bimbo se avesse superato dodici prove. Dal canto suo, Alcmena, timorosa di Era, abbandonò il figlio appena nato in un prato fuori dalle mura di Tebe. Su spinta di Zeus, Atena portò Era a passeggia proprio dove il bimbo giaceva. Atena indusse la madre a prendersi cura di questo piccolino, sfamandolo al suo seno. La voracità del bimbo risultò però dolorosa e la dea lo allontanò con forza. Un fiotto di quel latte si sparse nel cielo generando così la Via Lattea.
Ercole5Ercole nel giardino delle Esperidi (dipinto) di Marchetti Marco detto Marco da Faenza (sec. XVI)Secondo altre fonti, Eracle fu portato nel segreto sull’Olimpo e fu Zeus ad accostarlo al seno della consorte mentre dormiva. In un modo o nell’altro, il bimbo divenne immortale. Dopo questi fatti, la cura di Eracle tornò alla madre Alcmena e da lì iniziò la famosa saga di prove che lo hanno reso tanto celebre. Per tornare infine alla nostra costellazione, la tradizione tolemaica vuole che Ercole sia immortalato, come in un dipinto, nell’atto di lottare con Ladone, il drago, custode del giardino delle Esperidi. Alzando gli occhi al cielo, in estate, possiamo infatti accorgerci di come alto verso sud splenda la costellazione dell’eroe immortale, mentre sopra la nostra testa si snodi la lunga costellazione del drago, pronto a scattare verso il suo antagonista, ripresi come due lottatori durante la loro lotta.Ercole6Ercole ed il Drago - Stellarium

 

di Fabrizio Benetton

 

Bibliografia:
Grande guida dell’astronomia, Libreria Geografica in collaborazione con A.S.I.,
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Mitologia Astrale, Igino, a cura di Gioacchino Chiarini e Giulio Guidorizzi, Adelphi Edizioni
I miti Greci, di Robert Graves, ed. Longanesi 2021
Storie del cielo, di Ilaria Sganzerla – Storiedelcielo.it – Ercole (Mito)

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Corona Borealis – Corona Boreale

CoronaB1Corona Boreale - Hevelius, Uranographia, XVII sec.Nel cielo estivo, quando le ore di luce dominano con la loro arsura e la fresca quiete della notte lascia poco tempo per rimirare le chiare stelle, brillano delicate le gemme preziose di una costellazione regale. Proseguendo il nostro viaggio alla scoperta delle costellazioni, non si può non citarne una decisamente ricca di fascino: la corona boreale. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non troviamo la corona di un potente del XVII secolo, né tanto meno la corona che ha calzato la testa di un uomo dell’antichità. Questo asterismo ci conduce invece in mezzo al mediterraneo, in tempi antichi, dove un giovane vigoroso e figlio del dio Poseidone si apprestava a sfidare la morte per mano di un tiranno figlio del dio Zeus. La corona Boreale infatti appartiene ad Arianna, figlia di Minosse, donatale da Teseo come dono nuziale e ricompensa per l’aiuto a sconfiggere il Minotauro e ad uscire dal labirinto di Dedalo, costato la vita a molti giovani. Questo mito, come la storia di Andromeda, fa in realtà parte di un gruppo di costellazioni che anticamente erano collegate dal filo rosso della narrazione. La costellazione del toro, di cui si è già discusso, ci ha portato fino alla nascita di Minosse, re di Creta, a seguito della violenza operata da Zeus ai danni della giovane fanciulla Europa.
La leggenda narra che la moglie di Minosse, Pasifae, diede alla luce molti figli, tra cui il celebre minotauro, il mostro mitologico poi rinchiuso nel labirinto progettato da Dedalo. La genesi del minotauro, stando alla mitologia propone diverse e fantasiose narrazioni, tuttavia il carattere principale è di vendetta da parte di Poseidone nei confronti di Minosse che gli avrebbe negato il sacrificio di un toro particolarmente bello. La nostra storia ripercorre solo un breve tratto delle gesta eroiche di Teseo, figlio di Egeo ed erede al trono di Atene. Temendo che Creta potesse avanzare pretese sul trono di Atene, Egeo aveva causato la morte di Androgeo, uno dei figli di Minosse, dimostratosi particolarmente abile vincendo tutte le gare dei giochi panatenaici. Come risarcimento della morte del figlio, il re di Creta decise che ogni nove anni, sette fanciulli e sette fanciulle sarebbero stati inviati dalla città di Atene per essere introdotti nel labirinto dove risiedeva il minotauro e placare così la sua fame. Poco dopo l’arrivo di Teseo nella città paterna, si fece il tempo di pagare il tributo di sangue a Minosse. Possiamo solo immaginare l’angoscia nei volti dei genitori che temevano di poter perdere i loro figli e figlie. Teseo, il figlio di Egeo, nonostante le rimostranze del padre, si presentò volontario, così da alleggerire almeno in parte le sofferenze degli ateniesi. Le navi di Creta che portavano questi giovani, usavano tenere vele nere ed Egeo, nella speranza di poter rivedere un giorno il figlio fare rotta verso casa, gli consegnò una vela bianca (o secondo altre narrazioni, rossa) come segno della sua vittoria. CoronaB2Arianna porge a Teseo il filo di lana - Niccolò Bambini - XVII secoloPrima di salpare, l’eroe celebrò dei sacrifici ad Apollo e ad Afrodite, dea che lo aiutò in maniera significativa, portandogli l’amore della principessa Arianna. Giunto a Creta, con i suoi compagni, vennero accolti da Minosse in persona, il quale desiderava verificare con i suoi occhi i giovani inviati da Atene. Sul porto si consuma quindi il primo litigio tra il tiranno ed il giovane eroe.
Ponendosi a difesa delle sue compagne di viaggio, Teseo, vantando la sua discendenza da Poseidone, impedisce al re di usare violenza ad una fanciulla. CoronaB3Teseo e Arianna di Malpizzi Bernardino primo quarto sec. XVII Complesso Museale di Palazzo Ducale MantovaMinosse, dopo aver dimostrato la sua discendenza da Zeus, con tuoni e lampi, sfidò l’eroe a recuperare il suo anello, che gettò in mare. Teseo si gettò tra i flutti, raggiunse il palazzo delle nereidi e, aiutato da Teti, riemerse portando con sé non soltanto l’anello di Minosse ma anche la corona di Afrodite. Corona che successivamente cinse il capo della giovane principessa e divenne poi, la costellazione che ci guida nella nostra narrazione. Ammaliata dall’impresa del giovane ateniese, la principessa Arianna lo volle incontrare in segreto. La fanciulla promise di aiutare Teseo a sconfiggere il suo mostruoso fratellastro, in cambio però doveva essere condotta come sposa nella città di Atene. L’eroe accettò quindi con piacere. Arianna consegnò al suo innamorato un gomitolo di lana magico, dono a sua volta di Dedalo, il progettista del labirinto. Una volta legato allo stipite della porta di ingresso al labirinto, il gomitolo avrebbe guidato Teseo fino alla camera dove si trovava il minotauro. Nella notte il giovane ateniese fece come concordato: una volta legato il gomitolo, lo seguì fino a trovare il mostro. La leggenda poi si fa confusa sulle modalità con cui Teseo sconfisse il terribile figlio di Minosse, tuttavia, ne uscì vincitore. Arianna e gli altri ateniesi attendevano con ansia la comparsa di Teseo vittorioso, pronti a fuggire in nave verso le loro terre natali. Dopo una feroce ma vittoriosa battaglia nelle acque del porto, la nave ateniese riuscì a fare vela verso la città di origine. Lungo il tragitto, i giovani si fermarono sull’isola di Dia (o di Nasso) e lì, senza una apparente spiegazione, Teseo abbandonò la sua promessa sposa.
Forse il calcolo politico, forse l’intervento degli dèi, fatto sta che l’eroe vittorioso non mantenne mai la parola data. CoronaB4Arianna a Nasso, Evelyn De Morgan, 1877, Wandsworth MuseumForse per il dolore dell’abbandono della principessa, forse per la fretta di ricongiungersi con il padre, forse per mano di Zeus che guidava la vendetta di Arianna, Teseo dimenticò di cambiare la vela nera con quella donatagli dal padre. Egeo, che da giorni si recava sempre all’Acropoli, per scrutare il mare, vedendo sopraggiungere la nave con le vele nere, si sentì disperare. In un gesto estremo di dolore, si gettò in mare, quel mare, che da allora porta il suo nome. Tornando però alla protagonista della narrazione, il mito ci racconta che Arianna, abbandonata sull’isola, si disperò ed invoco la vendetta degli dèi. Venne visitata da Dioniso (noto per i romani come Bacco oppure come Padre Libero), il quale da tempo era innamorato della fanciulla. Dioniso la volle come moglie, donandole la corona di origine divina che inizialmente le aveva promesso Teseo. Insieme, vissero felici ed ebbero numerosi figli. Quando poi Arianna morì, Dioniso elevò al cielo la corona della sua sposa, a sua imperitura memoria.
CoronaB5Nozze di Bacco ed Arianna, olio su tavola di Cima da Conegliano, XVI sec., Museo Poldi Pezzoli di MilanoCome il filo magico della principessa aveva salvato Teseo dalle tenebre del labirinto, riportandolo alla vita, così la costellazione della corona boreale, degno ornamento della sua padrona, conduce senza timore il lettore attraverso questa narrazione articolata e ricca di versioni alternative. L’analisi del mito, secondo epoche diverse, svela tradizioni diverse, anche se tendenzialmente, la costellazione viene associata in un modo o nell’altro al mito di Teseo ed Arianna. Curioso è poi notare come altre costellazione, un tempo facessero parte dello stesso filone narrativo. Partendo da una umile costellazione, il più delle volte snobbata dagli astrofili perché piccola e povera di oggetti del profondo cielo alla portata degli strumenti amatoriali. Non per questo, una costellazione non può celare qualcosa di grande. Lasciamoci dunque sedurre dalla meraviglia del cielo stellato, afferriamo il filo che ci porge e lasciamoci condurre...

“E quindi uscimmo a riveder le stelle.” [Dante, divina commedia]

 

di Fabrizio Benetton

 

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Bootes – Boote

“Chi non sa perché Boote tramonta tardi… è destinato a stupirsi delle leggi dell’alto cielo“
Bootes1Bootes - Hevelius, Uranographia, XVII sec.Con questo enigma, il filosofo e politico dell’epoca romana Severino Boezio (475 – 526 dC) ci invita ad osservare con attenzione, se non a studiare, la costellazione del Boote. Siamo ormai prossimi all’estate, il sole traccia nel cielo il suo arco più lungo e per contro, il cielo stellato ci riserva solo poche ore per farsi ammirare. In questo breve lasso di tempo, come non fermare lo sguardo su di una stella tra le più belle ed appariscenti del nostro emisfero? Arturo è infatti la stella più facilmente riconoscibile della costellazione del Boote. La quarta stella più luminosa di tutto il cielo e per noi dall’Italia, addirittura la più luminosa tra tutte, superata solo da Sirio che però già appartiene all’altro emisfero. Stiamo qui parlando di una stella gigante rossa, con una luminosità assoluta maggiore di 100 volte il sole e perfino tra le più vicine a noi, meno di 50 anni luce.
Nonostante le sue indubbie qualità astrofisiche, che gia basterebbero a rendere questo astro degno di attenzioni, intendiamo qui soffermare il lettore su altri aspetti, quali per esempio il nome dell’astro. Arturo significa letteralmente dal greco “Guardiano dell’Orsa” (Arktòs=orso + Ouròs=guardiano).
Bootes2Metamorfosi di Callisto, Antonio Carracci, affresco del 1603, Palazzo Farnese, RomaNon può infatti sfuggire, a chi è abituato ad osservare il cielo, che la costellazione del Boote è confinante con l’Orsa Maggiore. Nelle rappresentazioni artistiche moderne, da Hevelius in poi, il guardiano dell’orsa è inoltre agganciato ad un’altra costellazione, i cani da caccia. Dal punto di vista della mitologia, la narrazione ci riporta una volta di più nel mito di Callisto, la cacciatrice fedele ad Artemide (o Diana) sedotta da Zeus. La poveretta, ingannata dal padre degli dèi, rimase incinta, stato proibito alle seguaci di Artemide. Purtroppo per la fanciulla, poco tempo prima del parto, il suo stato venne scoperto dalle altre cacciatrici che desideravano Callisto facesse il bagno insieme a loro. Vista la gravidanza di Callisto, venne allontanata dal gruppo e dopo il parto, Era (Giunone) gelosa del suo infedele marito, punì ulteriormente la giovane cacciatrice tramutandola in Orsa. Da qui la narrazione del mito inizia a prendere due strade diverse. Secondo alcuni filoni narrativi, Arcade, il figlio di Callisto, abile cacciatore, diede la caccia alla madre, quando sul punto di colpirla, Zeus trasformo anche il figlio in Orsa, portandoli poi entrambi nel cielo come Orsa Maggiore ed Orsa Minore. Secondo un altro filone narrativo, Arcade riconobbe la madre ed iniziò ad occuparsene nelle vesti di guardiano, catasterizzato poi come Boote. Le immagini dei cani da caccia, introdotta da Hevelius, così come il piede di Arcade poggiato sul monte Menalis, rappresentativo dello scenario di queste vicende, fungono da rafforzativo della figura del guardiano.
Bootes3Testa di Ulisse, gruppo del Polifemo, museo di Sperlonga (Latina)Il Boote è tuttavia una costellazione antica la cui origine si perde in tempi remoti. Un riferimento ad essa lo troviamo anche nei poemi epici cantati da Omero. Siamo nell’Odissea, libro quinto, versi dal 346 al 355:

Quindi, al timone
Sedendo, il corso dirigea con arte,
Nè gli cadea su le palpébre il sonno,
Mentre attento le Plejadi mirava,
E il tardo a tramontar Boòte, e l’Orsa,
Che detta è pure il Carro, e là si gira,
Guardando sempre in Orione, e sola
Nel liquido Ocean sdegna lavarsi:
L’orsa, che Ulisse, navigando, a manca
Lasciar dovea, come la Diva ingiunse.

Il valoroso Ulisse, nel fare rotta verso casa, si orienta con le stelle del cielo. Ma c’è una definizione usata dal poeta che per lungo tempo ha costituito un enigma: “il tardo a tramontar Boòte”. Ci sono forti evidenze che nel mondo antico, il Boote viene sempre definito come tardo, riprendendo ad esempio la chioma di Berenice di Callimaco, viene equiparata la costellazione della chioma con il Tardo Boote.
Un altro autore antico a citare il tardo Boote è Seneca, nella Medèa: “Flectitque senex arctica tardus plaustra Bootes” (Atto secondo, scena seconda). Oppure nelle “Metamorfosi” di Ovidio, raccontando il mito di Fetonte: “Dicono che tu pure turbato fuggisti, o Boote, benché lento fossi e le tue carra ti tardassero” raccontando di come il guardiano dell’orsa si affrettò a sfuggire dalla traiettoria del carro eliaco, nella sua corsa fuori controllo a seguito della bravata del giovane Fetonte. Gli autori antichi, quindi, usavano definire la costellazione del Boote come lenta o tarda, arrivando al punto di usare questa definizione come scherno o come stereotipo. Tuttavia, dalla caduta dell’Impero Romano in poi, le motivazioni della lentezza di questa costellazione si erano perse, fino a quando in anni recenti, gli archeoastronomi hanno riscoperto le motivazioni di queste citazioni. Apparentemente l’ultimo degli antichi filosofi a conoscere questo enigma e la sua soluzione è Severino Boezio.

 Si quis Arcturi sidera nescit
Propinqua summo cardine labi,
Cur regat tardus plaustra Bootes
Mergatque seras aequore flammas
Cum nimis celeres explicet ortus,
Legem stupebit aetheris alti.
 Se qualcuno non sa che le stelle di Arturo
Tramontano vicine al cardine sommo
O perché il Boote conduca lentamente i
Carri e immerga tarde fiamme nell’acqua
Mentre invece sorge velocissimo
Si stupirebbe delle leggi dell’alto cielo.

 

Bootes4Severino Boezio, filosofo e martire della ChiesaSiamo qui in anni bui, la fine del quinto secolo, infatti, vede la caduta dell’Impero Romano d’occidente con la deposizione dell’imperatore Romolo Augusto di appena quindici anni. La cultura e la filosofia vengono messe a margine per affrontare tematiche ben più urgenti quali la sopravvivenza ad uno sconvolgimento che per noi italici ha fortemente segnato l’epoca antica.
Iniziano infatti con questo secolo gli anni del medioevo. La cultura greca e romana, dopo la caduta dell’impero, subì inoltre un processo di cancellazione sistematica in quanto veniva tacciata di paganesimo ed eresia.
Non stupisce dunque il fatto che concetti, solo poche generazioni prima di Boezio, ritenuti basilari per un uomo colto, si siano successivamente persi e tralasciati. Lo stesso studio del cielo dovrà aspettare molti anni prima di rivedere degli studiosi appassionati fare dei passi avanti che non venissero bollati di stregoneria o ciarlataneria. Nel medioevo, infatti, l’osservazione delle stelle era per lo più limitato alla scrittura degli oroscopi, attività che rimase tollerata, anche se talvolta in odore di eresia, fino ai tempi di Galielo.
Ma veniamo ora al cuore dell’enigma, perché Arturo, la stella alfa del Boote, sarebbe così rapida nel levarsi e tarda nel tramontare? Partiamo dal concetto di levarsi e quello di tramontare: ci sono tre aspetti da considerare. Il primo aspetto è legato alla luminosità della stella, come già detto, Arturo è l’astro più luminoso del cielo boreale, quindi è anche la prima stella, a nord dell’equatore, ad apparire dopo il tramonto (levata) ed a scomparire prima dell’alba (tramonto). Il secondo concetto è legato alla rotazione terrestre: un astro si eleva da est e tramonta ad ovest per il semplice fatto che la terra ruota su se stessa ogni giorno.
Bootes5Stellarium, Il Boote ed il suo percorso in cieloIl terzo punto riguarda la rivoluzione terrestre, ossia il movimento attorno al sole. Il sorgere di un astro rappresenta il momento in cui esso diviene visibile ad est per la prima volta durante l’anno dopo un periodo di non visibilità, mentre il tramonto è quando torna a non essere più visibile perché scompare dietro l’orizzonte ad ovest.
La costellazione del Boote non è circumpolare, ma è molto prossima a questa porzione di cielo che “non tramonta mai” o come scrisse Omero: “nell’oceano sdegna di lavarsi”. La posizione della costellazione fa dunque sì che sia visibile per la maggior parte delle notti dell’anno. Ma a rendere speciale la posizione privilegiata del Boote è un altro dettaglio: la prossimità con l’equinozio d’autunno. Ovviamente non solo il Boote beneficia di tale prossimità, ma data la luminosità di Arturo, ecco che ne viene particolarmente privilegiata. Vediamo più nel dettaglio perché l’essere prossimi all’equinozio d’autunno dovrebbe rendere speciali le costellazioni.
Bootes6Stellarium, Il Boote e l'equinozio d'autunnoLa spiegazione è semplice: quando il sole attraversa l’equatore celeste, siamo nella fase dell’anno in cui le ore di buio si allungano. Nello specifico viene buio ogni giorno qualche minuto prima. Questo fatto sembra quindi rallentare il tramonto annuale (quello dovuto alla rivoluzione terrestre) che invece procede a passo costante di 4 minuti al giorno. Il caso opposto invece è quello delle costellazioni prossime all’equinozio di primavera che invece, per effetto dell’allungamento delle ore di giorno, quindi del venire del buio sempre più tardi, sembrano sparire più velocemente in quanto si sommano il ritardo del buio ed il minore tempo di visibilità.
Molte altre interpretazioni sono state date per spiegare le citazioni letterarie che tiravano in causa il guardiano dell’orsa come un ritardatario cronico; tuttavia, la spiegazione data dall’archeoastronomia sembra essere esaustiva. Quanti enigmi ha il cielo riservato agli uomini e chissà quanti ce ne riserva ancora. L’unico modo per scoprirli e risolverli è lo studio attento e l’osservazione del cielo e dei suoi misteri. Come Ulisse, l’eroe, l’esploratore, lasciamoci ispirare:

Sedendo, il corso dirigea con arte,
Nè gli cadea su le palpébre il sonno,
Mentre attento le Plejadi mirava.

 

di Fabrizio Benetton

 

Bibliografia:
Grande guida dell’astronomia, Libreria Geografica in collaborazione con A.S.I.,
Wikipedia – the free enciclopedia (Versione Italiana ed Inglese)
Odissea, traduzione dal greco di Ippolito Pindemonte (XIX secolo)
“Boote che tardi tramonta”: conoscenza e oblio di un fenomeno astronomico da Omero ai giorni nostri. Di Paolo Colona, Società Italiana di Archeoastronomia, UAI, Accademiadellestelle
L’enigma del “Boote che tardi tramonta”, Di Paolo Colona, Società Italiana di Archeoastronomia, UAI, Accademiadellestelle. Pubblicato su Coelum nr248

Immagini:
Wikipedia – the free enciclopedia
Atlascoelestis.com – di Felice Stoppa
Stellarium, software di calcolo astronomico

Coma Berenices – Chioma di Berenice

Esplorando il cielo primaverile, ci si imbatte in spazi di cielo apparentemente privi di stelle soprattutto quando osservati in presenza di inquinamento luminoso. Come si suol dire, l’apparenza inganna, ecco allora che vale la pena spingere lo sguardo un po’ più in profondità per cogliere la bellezza dove sembra non essercene. Esploreremo questa volta insieme una piccola costellazione dalla storia straordinaria, la Chioma di Berenice.Chioma1Coma Berenices - Hevelius, Uranographia, XVII sec.Chioma2Testa di Alessandro conservata presso la Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen La narrazione della costellazione precedente, il Leone Minore, ci aveva condotti nell’Egitto delle piramidi e dei Faraoni. Ripartiremo proprio da lì, dunque, solo in una epoca differente.
La storia antica dell’Egitto è molto articolata e fatta di numerose guerre ed invasioni. Tra queste ultime, una in particolare cambiò per sempre la storia del delta del Nilo, l’arrivo di un piccolo grande re macedone, Alessandro Magno. Nel IV secolo a.C. l’Egitto aveva già perso da tempo la sua indipendenza, piegando le ginocchia davanti alle lance dell’impero persiano. Alessandro Magno venne quindi visto come un liberatore dall’antico popolo dei faraoni. Tuttavia, alla sua morte, avvenuta nel 323 a.C. all’età di soli 33 anni, gli enormi territori conquistati dai macedoni vennero suddivisi, al termine di scontri fratricidi, tra i suoi generali. L’Egitto fece quindi parte del regno tolemaico, istituito da Tolomeo I Sotere nel 305 a.C. e resistito fino al 30 a.C., anno della morte della regina Cleopatra, la quale vide comunque la sconfitta del suo regno per opera delle legioni romane. Nel mezzo di questo regno trova quindi posto la nascita della costellazione della Chioma di Berenice. 
Questa costellazione non è legata ad un racconto mitologico, perché questa è una storia vera.
Siamo nel 246 a.C. ed il regno d’Egitto vede assurgere al trono il trentenne Tolomeo III Evergete che dopo poco tempo, lo stesso anno, sposò Berenice II. Dopo le nozze, sempre lo stesso anno, Tolomeo si dovette impegnare in una guerra tutt’oggi ricordata come la “terza guerra siriaca” contro l’impero seleucide. Chioma3Impero Seleucide, 323a.C.-60a.C.Come il regno tolemaico, anche l’impero seleucide è parte di quel che rimase dopo la morte di Alessandro. Iniziato con Seleuco I, questo impero occupava i territori di Mesopotamia, Siria, Persia e Asia minore. Tra i due regni non mancarono mai gli screzi, in particolare per definire il controllo dei territori di Palestina e Libano. Dopo le prime due guerre siriache, tra i regni si stabili un breve periodo di pace suggellato dal matrimonio tra il sovrano seleucide Antioco e la figlia del sovrano egiziano, Berenice. Antioco, tuttavia, era già sposato in precedenza, per poter dare quindi onore all’accordo con gli egiziani, ripudiò la sua precedente moglie, Laodice, dalla quale aveva avuto gia un figlio. A causa della morte prematura di Antioco, l’impero cadde nel caos. Tra intrighi e sotterfugi, la fazione dalla parte di Laodice iniziò a reclamare l’ascesa al trono del figlio di costei, la regina ripudiata la cui mano sembra avesse avvelenato il re. Berenice, per proteggere il figlio, erede legittimo al trono, si recò ad Antiochia, mandando messaggeri in Egitto richiedendo il supporto del fratello Tolomeo III. Chioma4Berenice II, Gliptoteca di Monaco di BavieraA scatenare definitivamente la terza guerra siriaca fu la morte di Antioco, figlio di Berenice ed erede al trono. Berenice II, fece quindi voto agli dei di sacrificare la sua meravigliosa chioma in cambio del ritorno del suo amato sposo. Quando pochi anni più tardi Tolomeo fece il suo vittorioso ritorno in patria, la regina si tagliò i capelli, depositandoli nel tempio dedicato alla madre di Tolomeo, Arsinoe. Il mattino seguente, tuttavia, la chioma era scomparsa.
Fu il matematico ed astronomo alessandrino Conone di Samo a ritrovarla. Il voto della regina non solo era stato soddisfatto degli dei, essi avevano apprezzato così tanto il sacrificio della regina da portare nel cielo i suoi meravigliosi capelli. Fu proprio lì, tra le costellazioni del leone, dell’Orsa Maggiore e del Boote che il sapiente Conone rinvenne la chioma scomparsa. Tanto colpì l’immaginazione, questa storia, che un poeta di origine cirenaiche, Callimaco, vissuto però lungo tempo ad Alessandria d’Egitto e contemporaneo dei fatti narrati, dedicò un poema all’intera vicenda. Il fatto ancor più curioso e straniante è che la narrazione, in prima persona, viene raccontata dalla chioma stessa, terminando poi con il rammarico della capigliatura che, elevata nel cielo, deve rinunciare alle amorevoli cure che la sua padrona mortale le riservava. Purtroppo, l’opera non è giunta integra fino a noi, essendo tuttavia tra le opere più rinomate del poeta, un suo successore ne ha raccolto i versi, ponendoli nel suo Carme 66, si trattava di Catullo.

...tu vero, regina, tuens cum sidera divam placabis festis luminibus Venerem, unguinis expertem non siris esse tuam me, sed potius largis affice muneribus. sidera corruerint utinam! coma regia fiam, proximus Hydrochoi fulgeret Oarion! [...tu poi, regina, quando guardando le stelle placherai la divina Venere con luci festose, non permettere che io, priva di unguento, sia tua, ma colmami piuttosto di ricche offerte. Oh cadessero le stelle! Diventerò chioma regale, Orione risplendesse vicino ad Acquario.]

Una costellazione minuta, la chioma di Berenice, sconosciuta forse a chi non si interessa di astronomia e certo non famosa come la ben più nota regina Cassiopea, vistosa ed elegante che sempre indica la stella polare.
A differenza della rivale, però abbiamo questa volta esplorato una storia vera, complessa a suo modo, ricca di avvenimenti affascinanti ed avvincente, ancor più perché concreti. Ammantati non tanto dalla magia del mito quanto dalla poesia degli antichi. Se poi, dopo questo viaggio nel tempo, avessimo ancora desiderio di riscoprire i fatti antichi che ci hanno condotto ad ammirare le stelle di primavera, un altro libro riporta gli avvenimenti qui narrati, anche se in maniera non esplicita ma tuttavia chiara: la Bibbia. Chioma5Profeta Daniele, Affresco di Michelangelo Buonarroti, Cappella Sistina, Musei VaticaniNel Libro di Daniele possiamo infatti ritrovare al capitolo 11 la narrazione di come cadde l’impero persiano ad opera di Alessandro Magno e di come in seguito i territori macedoni si suddivisero e lottarono tra loro.

2 Ora ti farò conoscere la verità. In Persia sorgeranno ancora tre re; poi il quarto diventerà molto più ricco di tutti gli altri e quando sarà diventato forte con le sue ricchezze, solleverà tutti contro il regno di Grecia.
3 Allora sorgerà un re potente che dominerà sul grande impero e farà quello che vorrà.
4 Ma appena si sarà affermato, il suo regno sarà infranto e sarà diviso verso i quattro venti del cielo; non apparterrà alla sua discendenza e non avrà una potenza pari a quella di prima; perché sarà smembrato e passerà ad altri, non ai suoi eredi.
5 Il re del mezzogiorno diventerà forte, ma uno dei suoi capi diventerà più forte di lui; dominerà, e il suo dominio sarà grande.
6 Dopo diversi anni essi si alleeranno e la figlia del re del mezzogiorno verrà dal re del settentrione per fare un accordo. Lei non conserverà la forza del suo braccio e nemmeno la sua discendenza resisterà; sarà messa a morte assieme ai suoi seguaci, ai figli e al marito.
7 Ma dalle sue radici sorgerà un rampollo che entrerà con un esercito nelle fortezze del re del settentrione, combatterà contro di lui e ne sarà vincitore.
8 Egli porterà in Egitto come preda di guer
ra perfino i loro dèi, le loro immagini di metallo fuso e i loro preziosi arredi d'argento e d'oro; e per diversi anni si terrà lontano dal re del settentrione.

La chioma di Berenice, non una semplice costellazione.

 

di Fabrizio Benetton

 

Bibliografia:
Grande guida dell’astronomia, Libreria Geografica in collaborazione con A.S.I.,
Wikipedia – the free enciclopedia (Versione Italiana ed Inglese)
https://www.versionitradotte.it/catullo/carme-66/
laparola.net

Immagini:
Wikipedia – the free enciclopedia
Atlascoelestis.com – di Felice Stoppa

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